Too Many Words - Chris Rain - Through the {Lens} #9 -


Durante l’ inverno di qualche anno fa, con l’ intento di dare un impronta simbolica e maggiormente introspettiva alle mie fotografie decisi di distruggere, nel senso più letterario del termine, ogni cosa prodotta fino a quel momento. Non ricordo se tale decisione scaturì a causa di qualche particolare evento o in una altrettanto particolare data, l’ unica cosa che mi viene in mente di quel periodo è quanto fossi gloriosamente inconsapevole di ciò che facessi. La parabola entusiastica non necessariamente è proporzionale alla qualità dei risultati ottenuti, soprattutto se il propulsore è la vanità piuttosto che il rispetto per le proprie declinazioni.
Già allora trovavo infinitamente noioso rincorrere grandi tematiche filantropiche o sociali, e non lo dico per disprezzo, ma perchè in fin dei conti una persona come me, rimasta isolata per anni in ideologie e mondi immaginari, difficilmente sarebbe stata in grado di interessarsi ai problemi di qualcun’ altro. A lungo ho sognato di emulare persone e canoni intellettuali che consideravo modelli da seguire, volevo andare ad est, volevo prendere la Transiberiana, volevo entrare nelle case delle persone per spogliarle prima con gli occhi e poi con i fatti, volevo vedere il dramma di qualcun’ altro per poterne godere e vezzeggiarmi, volevo farmi desiderare, volevo imprimere ricordi, volevo semplicemente parlare e conoscere gli altri. Non posso negare quanto sia dura tuttora accettare questo mio fallimento, è un qualcosa che traspare non solo nelle fotografie ma anche nella semplice vita di tutti i giorni; la sinergia tra questi due emisferi è prorompente ed è inevitabile che ogni avvenimento all’ interno di uno di essi si rifletta tale e quale dentro l’ altro. Se dovessi scrivere un epilogo anticipato per quello che sarà il mio percorso creativo, darei per certo che la finalità di ogni opera sarebbe quella di arrivare a quel’ agognato punto di partenza che ho sempre cercato invano, eclissando così quella eterna ricerca del tempo perduto e la scia di invidia e malinconia che si porta dietro con se.
Non avevo molti mezzi a disposizione, se non una fotocamera che bisognava tenere chiusa con il nastro adesivo (ahimè, quante pellicole buttate) e un solo modello. Una cosa che di certo avevo già imparato è che un flusso infinito di idee straripanti, senza però un giusto controllo e coerenza estetica come fondamenta, non può che portare a un risultato ridondante, chiassoso e di pessimo gusto. Curioso infatti, come le immagini selezionate e alle quali oggi mi sento più affezionato siano sempre quelle più intuitive e non preparate; ore spese ad allestire qualche sontuoso set pieno di costumi e oggetti ricercati, e poi alla fine eleggere come vincitrice una fotografia fuori fuoco scattata per sbaglio durante la pausa per il caffè. Partii per vedere un concerto, e quella notte in hotel mi resi conto di aver portato con me in valigia soltanto un cilindro di gommapiuma comprato ad una svendita post-Halloween, e come se non bastasse finì i miei ultimi soldi per una mini bottiglia di champagne presa al bar nella hall e pagata una cifra veramente spropositata.



Fu quindi inevitabile cominciare ad escogitare centouno modi diversi per dare un senso pratico a quelle uniche cose che mi ritrovavo. Non avevo ancora quell’ ansia cognitiva molesta che segue al riavvolgimento di un rullino e quei primi scatti rimasero a lungo nel dimenticatoio. A quella notte in albergo ne susseguirono tante altre, a volte in quella stessa camera, a volte in altre città, e inconsciamente, con estrema puntualità, mi ritrovavo sempre tra le mani una gran varietà di oggetti kitch e privi di un reale utilizzo. Metaforicamente parlando questo aspetto potrebbe rappresentare, in ordine, una ricaduta adolescenziale, una mancanza del senso del valore, un rifiuto ai drappeggi e strumenti convenzionali che il buon senso comune ci ha descritto come essenziali. Quelle camere a basso costo, tutte uguali, iniziavano ad essere per me l’ultimo baluardo esistenziale nel quale rifugiarmi, un guscio che circoscrive uno spazio illimitato e caotico, indifferente a tutti gli eventi esterni. In ordine sparso ricordo delle insegne luminose, delle stelle filanti rimaste impigliate al lampadario, dei bastoncini di zucchero bianchi e rossi da appendere all’ albero di natale, le maschere di Venezia, una vasca idromassaggio lasciata accesa per giorni e l’acqua che usciva da sotto la porta scendendo giù per le scale.
Il primo collante fu quindi l’ idea di tenere un diario di viaggio, e in quella serie iniziale trovavo una calzante descrizione alla persona che ero, o meglio, che volevo essere in quel momento; avevo bisogno di mettermi in mostra per poter abbattere il senso di repressione e resomi conto di aver trovato nella fotografia il miglior mezzo per perseguire lo scopo, cominciai a dar voce ad ogni personaggio immaginario che fino a quel giorno avesse convissuto con me. Ogni gesto era pervaso dalla lussuria di se stessi, la dipendenza da una maschera ingobrante che allo stesso tempo nasconda l’ attore e stupisca il pubblico, il doppio gioco perenne di chi può essere tutto perchè in fondo non è niente.
Se si prende un numero, un numero qualsiasi, e si prova ad appicicarci sopra qualche grande significato, in poco tempo si cominceranno a trovare decine di coincidenze nelle quali si applica quel concetto. Seguendo questa teoria anche le cose più insignificanti possono diventare dei giganti immanenti, il destino o fato aspettano solamente che qualcuno se ne accorga e metta in relazione entità diverse. Tutto il progetto è costellato da una serie di coincidenze e casualità sconvolgenti, e nel momento che me ne sono accorto, riuscendo a trovare una persistente correlazione tra vita vissuta - vita immaginata - fotografia, quel manipolo di immagini fini a se stesse, da un momento all’ altro sono diventate l’ Opera Omnia di ingegno, creazione, sentimento. In quel periodo, ho cominciato a fregiarmi senza vergogna del titolo di fotografo, ho cominciato a dormire con la fotocamera sotto il cuscino, poi a non dormire più quasi per niente, e infine non ho più avuto paura di cosa mi avrebbe riservato il giorno dopo: in fondo già lo sapevo, lo avevo immaginato o avrei potuto crearlo e distruggerlo sul momento. Do grande importanza a quello che è l’ ordine cronologico degli eventi in quanto diventano un ottimo metro di paragone per autoanalizzare i propri stati d’animo e le intenzioni del momento, ma non necessariamente alla loro collocazione spazio-temporale, in quanto sono concetti strettamente oggettivi e che quindi esulano dalla finalità della mia ricerca. Non ho interesse a far sapere dove sia stata scattata un determinata fotografia o il motivo, in parte perchè le risposte potrebbero sembrare apparentemente banali, ma soprattutto perchè la forza comunicativa di una visione deve essere estranea a ingenue didascalie; è come se si pretendesse di giudicare un individuo in base a quello che racconta o è bravo a far credere, dimenticandosi così del proprio intuito e dell’ alchimia.



Non siamo davanti alla performance di un saltimbanco, io stesso l’ ho creduto in un primo momento dato l’ innegabile alone surreale e utopico che viene centellinato in ogni drastica sfumatura che porta dal bianco al nero; quello che scorre davanti è un reale compendio della vita di una persona che ha il demerito di trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato, e quindi non ha un granchè da raccontare se non le sue farneticazioni ed elucubrazioni mentali. In quanto queste siano foto strettamente legate alla sfera personale, non hanno alcuna pretesa etica per quanto concerne il loro significato, che in fin dei conti è sconosciuto e basato su semplici ipotesi discorsive che potrebbero cambiare da un momento all’ altro; non voglio invece nascondere come abbia cercato di onorare quelle ispirazioni morali che mi hanno spinto a perseverare nella stesura di questa apologia visiva. Era mio intento creare una metafora sulla tragica condizione dell’ uomo che, eludendo tutte le sue possibili varianti e diversificazioni, è oppresso da un eterna insicurezza e paura di emarginazione, che lo induce a diventare un inconsapevole prigioniero all’ interno di una pedantesca infrastruttura convenzionale in grado di assolverlo. Emarginazione intesa nella sua accezione più estesa possibile, a partire dalla reciprocità tra individui e la ricerca di un identità personale, per poi passare all’ emancipazione dagli istinti primordiali e il desiderio per tutto ciò che non si può cambiare o possedere.
Le ultime due fotografie che ho scattato prima di dichiarare la parola “fine” sono anche quelle che ideologicamente chiudono il cerchio: due persone indefinite si ricongiungono fisicamente per la prima volta, prima in uno stato di calma assoluta, poi in un eterno rincorrersi e sfuggirsi. O viceversa. La presenza di due personaggi è puramente convenzionale, di continuo infatti cambiano volto, si moltiplicano o si annullano come a voler sottolineare la loro natura intangibile: loro hanno senso di esistere solamente dentro quel sogno, che una volta svanito lascia i loro fantasmi alla deriva, senza alcuna meta. Ormai quelli sono luoghi lontanissimi da dove mi trovo ora, ho volutamente evitato di lasciare tracce che potessero dare connotazioni precise e accurate a quella storia, eppure ciò che mai mi ha abandonato è proprio quella sconvolgente libidine mentale per tutto ciò che disorienta e supera le capacità della nostra conoscenza; piacere inestimabile come il custodire un segreto, udire delle parole mai sentite prima, sentirsi in balia del mare e impotenti di fronte ad un onda gigante paralizzata a pochi passi da te.
Mi ricordo una mattina al parco, era molto presto e il paesaggio era sovrastato da un monumero fatto di scogli con sopra una colonna che sarebbe potuta arrivare ovunque. Tutte le cose sparse su quel prato parlavano di una caccia al tesoro e una festa in corso. Fu li che per la prima volta mi resi conto di cosa fosse accaduto e come dopo un lungo coma, mi chiesi che fine avessero fatto quelle persone, quanto tempo fosse trascorso da quella nebulosa notte in hotel; forse un anno o forse era stato il giorno prima e in fondo, non aveva più importanza.
Quel giorno era come il giorno prima della fine del mondo.





